Speciale a cura di Claudio 'Dogghy' Favorito il 05/05/2026
Ho riflettuto molto su cosa scrivere di Crimson Desert, l’action-adventure a mondo aperto di Pearl Abyss, ma l’unica mia certezza è che non sono pronto a una recensione. Semplicemente perché non ho terminato questo mastodontico gioco e non so, viste le prossime uscite, se ci riuscirò in futuro, anche se c’è un pensiero che mi perseguita da quando ho avviato una nuova partita: cos’ha di speciale?
Premetto che, a mia discolpa, è difficile esaminare qualcosa che è in costante evoluzione, perché Crimson Desert ha subìto numerosi e importanti aggiornamenti e fix che lo hanno reso diverso da ciò che era il giorno del lancio. E per intenderci, non è un gioco scadente, ma soffre di quella che ho percepito come una finta crisi di identità. Sì, avete letto bene.
Partiamo dal principio, per chi ha soltanto sentito parlare di questo titolo e non lo ha mai giocato; Crimson Desert non è per tutti, la sua dispersività e l’impostazione che Pearl Abyss gli ha infuso sono quelle di un MMORPG (Black Desert), che per molti contrastano con un’esperienza interamente single-player quale è. Di carne al fuoco ce n’è così tanta nella terra di Pywel da impedire, o quasi, al giocatore di mantenere la concentrazione sulla trama principale che, detto tra noi, è piuttosto deboluccia.
Porgendovi in mano qualche dato effettivo, considerate che per completare le quest principali e secondarie occorrono dalle quaranta alle sessanta ore circa, mentre ne occorrono dalle cento alle centocinquanta per un’esplorazione più ampia e completa della mappa. Alcune voci di corridoio, non confermate ancora, parlano addirittura di un giocatore che ne ha impiegate cinquecento per arrivare al vero cento per cento del gioco (e qualcun altro, dopo duecento, ha scoperto nuove cose). Praticamente, per qualcuno Crimson Desert è più che un lavoro.

Torniamo nuovamente al discorso principale, ovvero lo smarrimento interiore del progetto di Pearl Abyss, il quale, proprio grazie alla sua struttura, si ispira nemmeno tanto velatamente alle grandi pietre miliari del gaming passato e presente.
Svariate meccaniche già note su Red Dead Redemption 2, The Witcher 3, ma anche The Legend of Zelda: Tears of the Kingdom si condensano all’interno di Crimson Desert, creando un mix che a primo impatto lascia spiazzati. Eppure funziona, grazie agli ambienti enormi, vari e vivi di Pywel, alle interazioni legate alla fisica che permettono di approcciare situazioni in modi diversi, al sistema di combattimento action in cui le combo e le abilità diventano conduttori di momenti altamente spettacolari. Ci si può davvero perdere nei dettagli di Crimson Desert, nonostante lo scricchiolio che si avverte quando si guarda alla sua narrativa, al suo ritmo altalenante (che può piacere o meno) e all’ottimizzazione.
Proprio quest’ultima è stata una delle cause iniziali del crollo delle azioni di Pearl Abyss, circa il trenta per cento in un giorno, per il semplice motivo che le recensioni di Crimson Desert erano buone, ma non eccezionali come gli investitori speravano. Dopo pochi giorni, e dopo copiose patch correttive, il gioco vende tre milioni di copie fino ad arrivare a cinque milioni in meno di un mese, con picchi di oltre centotrentamila giocatori contemporanei su Steam.

Una breve storia felice per gli investitori e gli sviluppatori che, va detto, nelle prime ventiquattro ore avevano venduto due milioni di copie, mica bruscolini. Questo successo potrebbe dare la spinta per il lancio di prossimi contenuti e magari anche a una modalità cooperativa online, come accennato settimane fa dal CEO di Pearl Abyss.
L’identità ibrida di Crimson Desert è qualcosa che vediamo in molti altri giochi moderni: è il concetto del “prendi il meglio da più parti e lo rendi giocabile”; così noi utenti sappiamo quasi immediatamente cosa aspettarci, entriamo più facilmente in quei mondi e sentiamo meno il rischio dell’acquisto. Se l’insieme di tutte le meccaniche funziona, difficilmente ci lamentiamo del fatto che un titolo non sia “unico”.
C’è un grosso però in quello che vi ho appena scritto, ed entra in gioco quando il pubblico percepisce il “già visto” senza valore aggiunto, ovvero quando l’ispirazione diventa un reale problema di profondità.
Crimson Desert ha quindi camminato pericolosamente su un filo sottilissimo, combinando bene cose che già funzionano. Dal mio punto di vista, Pearl Abyss ha deciso deliberatamente, a fronte di costi altissimi per un titolo di questo calibro, di non rischiare di fallire con qualcosa di nuovo, ma piuttosto di puntare tutto sull’esperienza di gioco anziché sull’originalità.
Io, nel frattempo, continuo a giocarci senza sapere se arriverò mai alla fine. Forse la risposta sta proprio lì: Crimson Desert non mi ha ancora dato un vero motivo per mettere da parte il pad.
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