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DESTINY 2: IL SUCCESSO CHE NON VOGLIAMO RICONOSCERE

Speciale a cura di Claudio 'Dogghy' Favorito il 10/06/2026

Destiny 2 non è stato un fallimento, ma uno dei più grandi successi della storia dei videogiochi live service (nonché pioniere di questo genere), e non mi vergogno affatto di affermarlo.
Quando ho letto le reazioni alla fine dello sviluppo attivo di Destiny 2, programmata proprio per il momento in cui scrivo queste righe, 9 giugno 2026, non volevo quasi credere ai miei stessi occhi.
Perché se c'è una cosa che la storia di Destiny ha dimostrato è che nel mondo dei videogiochi abbiamo ormai una strana tendenza a confondere il concetto di successo con quello di immortalità. Insomma, come se un gioco dovesse crescere per sempre, mantenere numeri perfetti per decenni e generare profitti infiniti per essere considerato una vittoria.
È un po' banale dover precisare quanto la realtà sia molto diversa.
Destiny 2 sta terminando il suo percorso dopo circa dodici anni di attività complessiva del franchise e quasi nove anni dal lancio del secondo capitolo. Bungie ha annunciato che il grande aggiornamento “Monumento al Trionfo” rappresenterà la conclusione dello sviluppo continuo del gioco, anche se i server resteranno online. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, il futuro dello studio appare complicato e potrebbero arrivare nuovi licenziamenti dopo anni già segnati da ristrutturazioni interne. Marathon, il nuovo titolo di Bungie, non decolla e la casa di sviluppo statunitense ha già fatto registrare a Sony (che l'ha acquisita nel 2022) perdite per oltre settecentosessantacinque milioni di dollari.
Molte analisi e persino numerose discussioni della community hanno attribuito le difficoltà dello studio non tanto al valore del gioco quanto a scelte manageriali discutibili. È importante questa distinzione, perché il destino di un'azienda e il valore di un'opera non sono necessariamente la stessa cosa.
Eppure, guardando a quello che Destiny ha realizzato, parlare di fallimento significa ignorare completamente la storia, dato che ha cambiato il modo di concepire gli sparatutto online.

Quando Bungie presentò il primo Destiny nel 2014, molti giocatori provenienti direttamente da Halo si aspettavano una campagna tradizionale e qualche modalità multiplayer competitiva. Invece si ritrovarono davanti a qualcosa di completamente diverso: Destiny cercava di fondere uno sparatutto in prima persona con la struttura di un MMORPG.
Sottolineo che non era di certo il primo looter shooter della storia: Borderlands, infatti, esisteva già da anni. La differenza era che Bungie voleva portare quel concetto nel mercato console alzando l'asticella, costruendo un universo persistente fatto di attività cooperative, eventi condivisi, raid, equipaggiamento leggendario e aggiornamenti costanti. Capirete bene che all'epoca era una scommessa gigantesca.
Chi, come me, ha vissuto i primi anni di Destiny ricorda perfettamente il Vault of Glass, per moltissimi amici su console fu il primo vero raid della loro vita. Era un'attività che richiedeva coordinazione, comunicazione, strategia e una squadra affiatata. Oh sì, anche tantissima pazienza.
Oggi i raid sono una presenza comune in molti giochi online, ma Destiny contribuì enormemente a renderli popolari presso un pubblico che fino a quel momento non aveva quasi mai avuto contatti con le dinamiche tipiche degli MMORPG. Per una generazione di giocatori, Destiny è stato il punto d'ingresso verso un nuovo modo di vivere il videogioco, ovvero non più una semplice esperienza mordi e fuggi, ma un luogo da frequentare.
Quella di Destiny, comunque, è anche una storia di resilienza. Nel corso della sua esistenza il franchise ha attraversato una quantità impressionante di momenti critici, come ad esempio il suo lancio, che fu accolto con entusiasmo ma anche con molte critiche. Destiny 2 dovette affrontare un debutto controverso e persino l’espansione "L'Eclissi" deluse una parte consistente della community, a tal punto da allontanare molti giocatori, contribuendo ai problemi finanziari di Bungie e ai licenziamenti del 2023.
Successivamente arrivarono ulteriori tagli al personale nel 2024, nonostante il successo di “La Forma Ultima”, un'espansione che molti considerano una delle migliori mai realizzate dal team.
Destiny sembrava sempre sul punto di crollare definitivamente, ma ogni volta trovava il modo di reinventarsi. Quanti giochi dello stesso genere possono vantare una capacità di sopravvivenza simile? Davvero pochi.

Eppure Bungie ha commesso i suoi errori, per carità, come il riciclo di alcuni contenuti ad esempio. Tuttavia, non si può dire che abbia smesso di provare nuove strade.
Quando i raid vennero considerati troppo impegnativi per una parte della community, Bungie introdusse i dungeon, attività più accessibili per i giocatori con poco tempo, come il sottoscritto, ma comunque pensate per l'endgame. Quando PvE e PvP sembravano mondi separati, nacque “Gambit”, una modalità ibrida che cercava di fondere entrambe le filosofie.
Ricordo con un po' di nostalgia le ore spese ad acquisire armi come la Gjallarhorn, l'Ice Breaker, la Thorn oppure le armature esotiche. Nonostante ciò, credo che l'eredità più importante di Destiny sia un'altra, vale a dire la community.
Clan che esistono da oltre un decennio, amicizie nate durante un raid e sopravvissute per anni ed eventi dal vivo che hanno raccolto milioni di dollari per cause benefiche. Per non parlare di creatori di contenuti che hanno costruito intere carriere attorno al gioco.
Chissà, tra qualche anno nessuno ricorderà il numero esatto dei giocatori attivi nell'ultima stagione o i report finanziari. Ricorderemo invece la prima volta che abbiamo visto il Viaggiatore, la corsa verso il forziere finale di un raid e, decisamente, le notti passate con gli amici a tentare uno scontro impossibile.
Dodici anni sono un'eternità per un videogioco online e la stragrande maggioranza dei live service lanciati negli ultimi anni non riesce nemmeno ad avvicinarsi a una longevità simile. Per questo motivo continuo a trovare bizzarra l'idea che Destiny 2 sia stato un fallimento di fronte alla ridefinizione di un genere, alla costruzione di una community globale e alla sopravvivenza a crisi che avrebbero distrutto quasi chiunque.
Ripeto ancora una volta: Destiny 2 non è stato perfetto, ha commesso errori enormi, frustrando i suoi giocatori più fedeli.
Se però guardiamo alla sua eredità complessiva, alla sua influenza sull'industria e ai milioni di persone che hanno abitato quel mondo virtuale per oltre dieci anni, la conclusione appare piuttosto semplice. Destiny ha chiuso il proprio viaggio come fanno le opere che hanno davvero contato, lasciando un segno che continuerà a esistere molto tempo dopo questo giorno.

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