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LA LENTA CADUTA DI GAMESTOP

Speciale a cura di Claudio 'Dogghy' Favorito il 19/01/2026

Guardare alla situazione attuale di GameStop mi fa un certo effetto, quasi come ritrovarmi davanti alla carcassa illuminata al neon dell’ultimo Blockbuster e rendermi conto che un pezzo della mia adolescenza sta svanendo nello stesso identico modo. Negli ultimi anni ho visto questa catena chiudere centinaia di negozi in tutto il mondo e ho avuto la sensazione che il ritmo stesse aumentando invece di rallentare. Nel 2024 ne erano spariti quasi seicento e nel 2026 ne scompariranno più di quattrocento solo negli Stati Uniti, mentre in Europa sono ormai usciti da Germania, Italia, Austria, Svizzera e con ogni probabilità presto anche dalla Francia, senza contare l’addio definitivo al Canada (fonte: qui).
Fa davvero tristezza pensare a quanti di quei luoghi fisici che per anni sono stati punti di ritrovo e piccole isole sociali siano oggi serrati o in procinto di esserlo.
Arrivare a questo punto, per come lo vedo io, è stato quasi inevitabile. Il mercato ha spostato tutto sul digitale, le persone scaricano giochi direttamente su console e PC e il negozio fisico, quel luogo di scambio e scoperta, è diventato qualcosa che il presente tratta come un ingombro. A questo si è aggiunta la trasformazione imposta da Ryan Cohen, l’imprenditore diventato prima grande azionista e poi CEO di GameStop nel 2023, che ha scelto di tagliare i costi fino all’osso chiudendo migliaia di punti vendita giudicati poco performanti. Lui vuole ripensare GameStop come qualcosa di diverso rispetto al vecchio retail videoludico, e in parte i conti sono tornati in nero proprio grazie ai tagli, ma allo stesso tempo i ricavi continuano a scendere. È evidente, almeno per me, che la catena non può più vivere come viveva dieci anni fa e che ogni mossa fatta negli ultimi anni sembri un tentativo disperato di correre contro il tempo.

Il nodo più controverso resta però quel mega premio potenziale da trentacinque miliardi di dollari destinato proprio a Cohen. A molti sembra una follia, ma la verità è che non si tratta di soldi garantiti né di uno stipendio, bensì di un pacchetto di stock option legato a obiettivi che definire titanici è poco. Perché Cohen possa anche solo avvicinarsi a quelle cifre, GameStop dovrebbe arrivare a una capitalizzazione di mercato di cento miliardi di dollari e generare dieci miliardi di utile cumulato. Oggi la capitalizzazione si aggira attorno ai nove miliardi e mezzo, quindi siamo lontanissimi dai requisiti. Significa che se la compagnia non dovesse performare in modo straordinario nei prossimi anni, Cohen non vedrebbe un centesimo; se invece riuscisse davvero a moltiplicare il proprio valore e portare profitti mai visti nella storia della catena, allora sì, il premio scatterebbe in proporzione alle azioni a lui assegnate.
A me, onestamente, sembra una scommessa quasi folle, come se il CEO stesse tentando di trasformare un vecchio videonoleggio in un moderno colosso digitale mentre tutto intorno a lui la gente continua a pensare che stia solo prolungando l’inevitabile. Io stesso faccio fatica a credere nella sua riuscita.
Il paragone con Blockbuster mi viene naturale perché ricordo bene che anche allora si pensava che ci sarebbe sempre stato qualcuno disposto a entrare in un negozio fisico per noleggiare un film e che la trasformazione digitale sarebbe stata lenta, quasi controllata. Poi, all’improvviso, i punti vendita hanno iniziato a chiudere uno dopo l’altro finché dell’intero impero non è rimasto praticamente nulla. Vedere oggi la rete di negozi GameStop assottigliarsi allo stesso modo mi mette inquietudine, perché mi ricorda quanto velocemente può cambiare questo settore e quanto poco conti il passato quando la tecnologia decide di spingere in un’altra direzione.
E così mi ritrovo a chiedermi quale sarà il futuro della catena. Forse riuscirà davvero a reinventarsi come un hub digitale dedicato alla cultura videoludica, magari puntando sulle community, sul collezionismo, su servizi nuovi o su qualcosa che ancora non immaginiamo. Oppure potrebbe seguire senza accorgersene la stessa traiettoria degli scaffali blu e gialli di Blockbuster, diventando un ricordo luminoso confinato nelle foto di qualche pomeriggio della nostra gioventù. In ogni caso, mentre vedo GameStop combattere per restare rilevante, il mio pensiero torna inevitabilmente a quei pomeriggi passati tra le confezioni dei giochi nuovi e usati, alle chiacchiere con il commesso di fiducia e a quella sensazione di far parte di un piccolo rituale che oggi rischia di scomparire del tutto.

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