Recensione a cura di Claudio 'Dogghy' Favorito il 21/11/2025
Diciamolo con tutta franchezza, negli anni i titoli narrativi a episodi hanno trovato il loro spazio nel mercato con non poca difficoltà, vuoi perché quest’ultimo premia i live service o i multiplayer, o semplicemente perché i costi di produzione sono alti ma la ricompensa economica non scala allo stesso modo. Non è possibile monetizzare la narrativa come monetizzi una skin da 5€ venduta a milioni di giocatori. Giusto?
Ci sono tuttavia dei casi che vanno tenuti sotto un grande riflettore, come quello di AdHoc Studio, un team nato nel 2018 da veterani del settore, alcuni dei quali già noti per aver mosso i fili di alcuni titoli Telltale come The Wolf Among Us e The Walking Dead.
A seguito di una crisi scaturita dal ritiro di un editore, AdHoc Studio è riuscita a risollevarsi grazie a una solida collaborazione con Critical Role, leader del mercato dei giochi di ruolo da tavolo. Da questa unione prende una nuova forma Dispatch, inizialmente pensato come un live action e successivamente diventato a tutti gli effetti un videogioco fuori dagli schemi. Non stupisce sapere che proprio Laura Bailey e Matthew Mercer, i due fondatori e doppiatori di Critical Role, si siano uniti a un cast di tutto rispetto che vede in prima linea attori come Aaron Paul (Jesse di Breaking Bad) e Jeffrey Wright (007, The Batman, Westworld).
Fatte le giuste premesse, mi preme confessarvi un’amara verità: odio i supereroi.
Sì, quelli pompati, consapevoli di essere i paladini di non so cosa e che a fine lavoro tutti ringraziano con parate e fuochi d’artificio. Bleah.
Quello che mi piace, invece, è il concetto di antieroe, anche portato all’estremo come nel caso della serie Prime chiamata The Boys. Quello sì che riesce a tenermi incollato allo schermo.
Nei personaggi di Dispatch trovo molto interessante quella mancanza di moralità, quei difetti evidenti, i metodi discutibili e l’agire per interesse personale. Non gli eroi che vorresti vigilassero sopra la tua testa, ma che possiedono carattere.

Il protagonista degli otto episodi che compongono Dispatch, Robert Robertson III, noto anche come “Mecha Man” prima che il suo robottone da battaglia venisse distrutto e il suo conto bancario andasse sotto lo zero, è costretto ad accettare un impiego da centralinista nel Superhero Dispatch Network (SDN) per rimettersi in carreggiata.
Nella sua routine lavorativa, Robert avrà a che fare con un team di supercriminali in riabilitazione, smistandoli tra le varie chiamate di emergenza e gestendo i loro umori tutt’altro che amichevoli.
Vestire i panni di Robert mi ha ricordato il film degli anni novanta “Pensieri Pericolosi”, dove una giovane Michelle Pfeiffer tenta di insegnare, con i metodi tradizionali, a una classe di liceali disagiati. Fallisce un paio di volte, viene derisa, ma poi scatta la molla. Per insegnare a una classe così difficile è necessario abbassarsi al loro livello e mostrarsi resilienti.
Avere a che fare con lo Z Team, i supercriminali del SDN, non è stato semplice ma certamente una delle parti più appaganti dell’intera esperienza di Dispatch.
Ciò accade grazie a una scrittura fluida ma soprattutto credibile, che s’insinua egregiamente nei dialoghi e ci fa empatizzare con la maggior parte dei personaggi e, in particolare, con Robert.
La cura riposta nella caratterizzazione dei singoli membri dello Z Team pone il giocatore nella posizione di dover sempre scegliere con attenzione come comportarsi, poiché ogni azione ha un impatto più o meno rilevante sugli eventi futuri della trama e sui personaggi coinvolti.
Quello sviluppato da AdHoc Studio è un vero e proprio gioco di equilibri, in cui diversi temi vengono affrontati in maniera diversa senza mai scadere nel banale, anche quando ci sono di mezzo battute piuttosto pungenti. E di queste ce ne sono parecchie. Credetemi, vi faranno impazzire.
Poi ci sono quei momenti in cui, quasi a controbilanciare la follia dei personaggi e ciò che fanno o dicono, tutto diventa riflessivo ed emozionante. Qualcosa che ti colpisce forte dentro e ti lascia in ginocchio, estasiato dalla sua colonna sonora.

Il terminale del SDN dal quale si collega Robert diventa un vero e proprio elemento del gameplay di Dispatch tutt’altro che marginale. Attraverso questo il giocatore deve rispondere a una serie di chiamate di emergenza e decidere quale membro dello Z Team fare intervenire in base alle abilità e alle statistiche in loro possesso. C’è da fermare un treno? Meglio inviare qualcuno con una spiccata forza e velocità. Bisogna indagare su una scena del crimine e parlare con i testimoni? Perché non sfruttare chi possiede un buon intelletto e carisma.
Ogni chiamata ha un tempo limite per essere accettata e, nel caso si esiti, si perda tempo oppure si abbia tutto lo Z Team occupato, questa scomparirà dal monitor e risulterà come fallita, influendo sulla valutazione di Robert a fine turno di lavoro.
Quando i soccorsi vanno a buon fine, invece, gli eroi impiegati acquisiscono punti esperienza fino al livello successivo. A quel punto sarà possibile migliorare una delle loro statistiche che più conviene tra carisma, intuito, forza, velocità o resistenza.
Non voglio scivolare nello spoiler ma sappiate che non sempre lavorerete in condizioni ottimali e alcuni turni potrebbero tramutarsi in un inferno se non gestirete al meglio le risorse disponibili, i necessari momenti di riposo e gli eventuali infortuni. Studiare bene le abilità passive dei membri dello Z Team potrebbe inoltre aiutarvi a destreggiarvi meglio nei momenti più caotici. Ci saranno addirittura dei casi in cui dovrà essere proprio Robert a intervenire dal suo terminale, attraverso un minigioco davvero divertente e originale di hacking.
Dispatch è letteralmente volato via davanti ai miei occhi in un attimo e, considerato che non sono molto propenso verso questo genere, è un buon segno.
Mentirei se vi dicessi che non avrei voluto altri capitoli. Mi sarebbe piaciuto mantenere ancora una volta il contatto con una delle squadre di eroi più malsane che io abbia mai visto in un videogioco, ma come le belle cose tutto ha una sua conclusione e sono soddisfatto anche di questa.
Che vi piacciano o meno i titoli narrativi, Dispatch è un’esperienza che dovete assolutamente vivere senza pensarci una volta di troppo. Difficilmente troverete altrove personaggi tanto sopra le righe quanto affascinanti e una trama che sa arrivare dritta al cuore, parlandovi a tu per tu, senza perdersi in discorsi lunghi e laboriosi. Non da meno il doppiaggio che, come vi accennavo a inizio articolo, vanta professionisti del settore e si combina perfettamente alle animazioni e alle espressioni facciali dei personaggi in pieno stile graphic novel moderna.
Quando lo avrete terminato, mi direte per chi avete preso una cotta e perché proprio Malevola?
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