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SKATE STORY

Recensione a cura di Claudio 'Dogghy' Favorito il 31/12/2025

Skate Story non è esattamente ciò che il suo stesso nome suggerisce, poiché il suo creatore Sam Eng ha ben pensato di unire esplorazione e narrazione poetica a una delle discipline più in voga degli anni ’80, svolta con tavole di legno logore, grip sporchi, ruote e tante cicatrici da caduta.
Quindi non vi troverete tra le mani un semplice gioco sportivo, ma un’esperienza che tocca diversi generi, anzi probabilmente non vuole nemmeno essere accostata a qualcosa di specifico, ma rendervi semplicemente partecipi del viaggio di un demone intrappolato negli inferi.
Sì, è stato il Diavolo in persona a offrirmi uno skateboard, a patto che io raggiungessi la Luna per ingerirla attraverso i nove strati dell’Underworld; soltanto così sarei potuto tornare libero tra gli umani e abbandonare il mio corpo fatto di vetro e dolore. E se queste sono le premesse di Skate Story, potete solo immaginare cosa hanno visto e sentito i miei occhi durante il corso dell’avventura.

Bastano davvero pochi istanti per comprendere quanto sia surreale il risultato del lavoro svolto dallo sviluppatore, nel quale sono chiamato a padroneggiare trick come ollie, kickflip e grind per sconfiggere dei demoni, aiutare anime sofferenti e altri personaggi bizzarri, in ambienti che fondono l’estetica degli skatepark con visioni metafisiche e apocalittiche.
In questi spazi surreali, vie deformate, curve e salti in cui i riflessi si infrangono sul corpo vitreo del protagonista, il senso di velocità è appagante, complice l’angolazione della telecamera, nonostante a volte mi abbia impedito di vedere in tempo alcuni ostacoli.
Ritmo e controllo dell’andatura, oltre a una buona memoria per i trick che, ahimè, non possono essere consultati in qualche sorta di codex una volta appresi: ergo, dovrete prestare la massima attenzione quando li vedrete su schermo per la prima volta. Sapete come si fa un Inward Heelflip? Nemmeno io.
È fondamentale però saperlo, perché tra incarichi secondari e prove di vario genere ci sono dei boss da sconfiggere, per l’appunto con delle combo di trick che, se complesse, riusciranno a scaricare maggiore energia e quindi a fare più danni.

Sebbene mi sia sembrato un aspetto totalmente secondario e un po’ superfluo, devo sottolineare che vi è la possibilità di personalizzare il proprio skateboard con disegni, adesivi, ruote e track davvero particolari, ma che non influiscono in alcun modo sul proseguo dell’avventura.
Ad accompagnare l’atmosfera fuori di testa di Skate Story è una colonna sonora psichedelica, contaminata dall’elettronica, dalla synthwave, dal rock e dal jazz, che passa per gli strumenti e la bravura dei Blood Cultures e di John Fio, che vi esorto vivamente ad ascoltare. Sono più che convinto che gran parte dell’effetto wow di questo titolo sia da riconoscere proprio alla sua immersiva colonna sonora.
Skate Story è un canto moderno degli inferi più che un videogioco tradizionale, fatto di velocità, vetri in frantumi e ostinazione, che trasforma ogni trick in una sillaba e ogni discesa in un verso. Lo skateboard diventa uno strumento di redenzione con il quale avvicinarsi un po’ di più alla Luna da divorare. Lasciate perdere il punteggio: Skate Story non chiede di essere capito, ma attraversato.

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